12 anni schiavo (2013), di Steve McQueen

Luca Buccella 21 Febbraio 2014 0
12 anni schiavo (2013), di Steve McQueen

12annischiavo_jpg1841, Saratoga Springs, New York. In un periodo in cui la piaga dello schiavismo grava sulla nazione americana, il violinista nero Solomon Northup (Chiwetel Ejiofor), nato e cresciuto in libertà, conduce una vita onesta e gratificante accanto alla moglie e ai figli. Finché un giorno, ingannato da due uomini d’affari (Scoot McNairy e Taran Killam) che si spacciano per artisti circensi, Solomon viene privato dei suoi documenti e venduto come schiavo in Louisiana. Nel corso dei lunghi anni seguenti, l’uomo affronterà torture fisiche e morali di ogni tipo, passando da un padrone all’altro e sperimentando gli orrori della schiavitù in ogni sfaccettatura: tutto questo senza perdere la speranza della liberazione, attendendo pazientemente il momento più opportuno per fuggire e cercando al contempo di mantenere la propria umanità.

L’inglese Steve McQueen, autore di Hunger e Shame, torna a raccontare una vita vissuta in catene: dopo la lotta ideologica del popolo irlandese e la dipendenza dal sesso, McQueen affronta la gabbia nel senso più letterale del termine, analizzando un tema complesso come la schiavitù dei neri. Da tempo interessato a realizzare un film sull’argomento, il regista si rende subito conto di aver trovato la storia giusta quando s’imbatte nel romanzo autobiografico di Solomon Northup, 12 years a slave: McQueen è ben consapevole che per condurre lo spettatore nel mondo dello schiavismo e fargli provare sensazioni estreme, adottare il punto di vista di un uomo cresciuto nella libertà è certamente la scelta migliore.

12 anni schiavo è un film che potremmo definire “antropologico”, poiché preferisce raccontare una realtà in tutta la sua complessità piuttosto che elaborare giudizi morali. L’affresco umano dipinto da McQueen si rifiuta di adottare toni conciliatori, puntando a un’analisi antropologica mirata a evidenziare il radicamento della schiavitù nella società statunitense di metà ‘800. In questo senso, i personaggi più interessanti del film appaiono i due padroni di Solomon, interpretati da Benedict Cumberbatch e Michael Fassbender. Cumberbatch è ottimo nel delineare William Ford, che racchiude in sé una grande ambiguità: nonostante la sua “carità cristiana”, Ford non riesce a rinunciare alla schiavitù, da lui ritenuta un male necessario, e finisce per essere un ingranaggio all’interno del meccanismo. Nei panni di Edwin Epps, Michael Fassbender rappresenta il lato più inquietante dello schiavismo: Epps giustifica il maltrattamento degli schiavi come un dovere religioso, e la sua attrazione sessuale per la raccoglitrice di cotone Patsey (Lupita Nyong’o, in una prova toccante e dolorosa) genera in lui istinti sadici e autopunitivi.

La regia perfettamente controllata di McQueen riesce a dipingere con grande efficacia un mondo dominato dall’indifferenza: quando Solomon viene appeso per il collo al fine di espiare una “colpa” non è la violenza del gesto a impressionarci, ma l’indifferenza degli altri schiavi che proseguono le loro attività giornaliere incuranti dell’orrore di fronte a loro. Gesti di inaudita crudeltà, spesso ripresi senza stacchi, s’intervallano al lirismo della natura, anch’essa indifferente alla sofferenza. Nonostante gli intenti antropologici, 12 anni schiavo non è un film che rifiuta il coinvolgimento emotivo: la discesa all’inferno di Solomon è anche una presa di coscienza civile, la partecipazione alla sofferenza collettiva di un popolo. Chiwetel Ejiofor riesce a mostrare le speranze di Solomon, i suoi dubbi e le sue certezze che crollano, e la sua speranza che lentamente si sgretola.

12 anni schiavo è un film forte e coraggioso, che colpisce e convince. Quello di McQueen è un cinema che si rifiuta di scendere a compromessi, modernissimo nella sua capacità di portare il coinvolgimento a livelli estremi, quasi fisici.

Il film è uscito nelle sale italiane giovedì 20 febbraio 2014.

Luca Buccella

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