Pulp Fiction (1994), di Quentin Tarantino

Luca Buccella 4 giugno 2018 0
Pulp Fiction (1994), di Quentin Tarantino

pfÈ indubbiamente complesso riflettere su un film del quale, negli ultimi ventiquattro anni, si è detto tutto e il contrario di tutto. Quel che è certo è che se si continua ancora oggi a discutere di Pulp Fiction deve esserci un motivo. È impossibile riuscire a dissezionare in poche righe tutte le componenti del film, ma in quest’approfondimento proveremo a ripercorrere i motivi che ne hanno fatto un’opera così fondamentale per il cinema moderno.

Presentato il 22 maggio del 1994 alla 47ª edizione del Festival di CannesPulp Fiction cattura subito le attenzioni del pubblico e della critica, mostrando il fianco anche a molteplici controversie. Per quanto riguarda la Giuria, secondo Clint Eastwood – all’epoca scelto come Presidente – la prima visione fu folgorante: “Il film fu presentato il penultimo giorno, ma nonostante ciò coinvolse tutti. Con mia sorpresa, gli europei erano i più esaltati. Si voltarono verso di me dicendo: ’È in assoluto il film definitivo di questa edizione’. Conferirgli la Palma fu una decisione unanime”. Durante la premiazione, dal pubblico una voce iniziò a gridare “È uno scandalo! È una vergogna!”. Fin da subito, fu chiara la capacità di Quentin Tarantino di dividere drasticamente le opinioni degli spettatori.

Los Angeles. Una coppia di svitati sta per rapinare un diner. Due sicari hanno a che fare con una giornata più ardua del previsto. Un uomo deve portare a cena fuori la moglie del suo capo, stando ben attento a non ritrovarcisi a letto insieme. Un pugile è in fuga dai gangster dopo aver contrariato un potente boss locale. Le storie interlacciate che Quentin Tarantino e Roger Avary scelgono di raccontare sembrano estratte direttamente da un romanzo hard-boiled tascabile o dalle pagine di riviste pulp come BlackMask, ma si rifanno anche al tradizionale noir cinematografico statunitense: i due sceneggiatori riescono con successo a trasportare le convenzioni di un certo intrattenimento, ritenuto di serie B, all’interno del mainstream. Tarantino e Avary utilizzano alcuni degli archetipi più abusati dal cinema e dalla letteratura per sovvertirne l’andamento, applicando a personaggi e situazioni appartenenti a un genere ben specifico “le regole della vita reale”, al fine di scuoterli dalle fondamenta e rimetterli in discussione.

Alla luce di queste riflessioni l’accusa di glorificare la violenza, rivolta in più occasioni a Tarantino, si rivela ingiustificata: semmai, il regista punta a ridicolizzarla. Lontani da qualsiasi tipo di mitizzazione, i gangster di Tarantino sono individui comicamente tragici che passano il loro tempo a discutere del nulla, ma proprio per questa loro umanità siamo portati ad amarli. Quella di Pulp Fiction è una violenza eccessiva ma non compiaciuta, che non indugia più del dovuto e non diviene fine a se stessa: Tarantino riesce a privare d’importanza gli atti di violenza, a mostrarne l’insensatezza tramite le armi dell’umorismo e del grottesco. In questo modo, la violenza diventa accomunabile a una battuta di spirito, poiché non punta più a sconvolgere il pubblico ma a divertirlo.

Rivelandosi fin da subito un grande direttore d’interpreti, Tarantino seleziona i suoi attori andando contro gli stereotipi, regalando loro un volto nuovo e la possibilità di (ri)nascere dal punto di vista lavorativo: è questo il caso di John Travolta, la cui carriera riceve nuova linfa vitale dal brillante personaggio di Vincent Vega, ma anche di Bruce Willis, che interpretando il duro pugile Butch dimostra definitivamente a Hollywood di non essere solo un eroe d’azione logorroico. Grazie ai ruoli interpretati nel film, le carriere di Samuel L. Jackson e Uma Thurman decollarono definitivamente: se Jackson è stato in grado di ritagliarsi un posto fisso all’interno dell’industria hollywoodiana, lo stesso non si può dire della Thurman, che solo Tarantino seppe davvero valorizzare.

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Alla sua opera seconda, Tarantino mostra ancora una volta una regia in pieno controllo di ogni elemento, funzionale ma non troppo virtuosa, equilibrata nella composizione delle inquadrature, capace di unire piani sequenza scorsesiani a dettagli leoniani senza apparire troppo invadente. Il tutto è coadiuvato da un perfetto montaggio firmato dalla compianta Sally Menke, e da un’ottima fotografia ad opera di Andrzej Sekula. Non bisogna poi dimenticare un altro indispensabile protagonista, la colonna sonora: Tarantino sceglie di non affidarsi a composizioni originali, ma di utilizzare un vasto numero di canzoni, spaziando dalla surf music al rock’n’ roll, dal soul ai pop anni ‘70. Che sia in sottofondo o a tutto volume, c’è una canzone in quasi ogni scena del film: una lezione appresa da Martin Scorsese, e utilizzata in maniera altrettanto efficace.

Pulp Fiction è un film multiforme e mutevole, che mira a coinvolgere il pubblico nel suo meccanismo a incastri, e si compiace nello spiazzare le aspettative dello spettatore da un secondo all’altro. Un’opera senza ambizioni filosofiche, manie di grandezza o, men che meno, mire demagogiche: semplicemente grande cinema che riflette su se stesso, invitando il pubblico a prendere parte alla medesima riflessione.

Luca Buccella

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