Happiness (1998), di Todd Solondz

Luca Buccella 29 marzo 2018 0
Happiness (1998), di Todd Solondz

tumblr_m8px6oskFZ1rabgjfo1_1280Happiness è un film americano del 1998, opera seconda del pluripremiato regista indipendente Todd Solondz. La pellicola dipinge con grottesca lucidità e ironia nera un ritratto impietoso delle manie e nevrosi che si celano dietro un’apparentemente perfetta famigliola americana di ceto medio.

Joy, una trentenne musicista a tempo perso, rompe con il fidanzato Andy, spingendolo al suicidio. La sorella di Joy, Helen, è una scrittrice di successo che ha perso l’ispirazione e sogna di essere violentata. Inizierà una relazione telefonica con Allen, vicino di casa sessuomane che le fa continuamente chiamate oscene. La terza sorella, Trish, è una casalinga perfetta e orgogliosa, convinta di avere una famigliola modello. In realtà, suo marito Bill è un pedofilo che tenta di resistere ai suoi impulsi masturbandosi su riviste per adolescenti, fin quando, ormai incapace di sfuggire alla sua natura, arriverà a violentare gli amici del figlio dodicenne.

Dopo il bellissimo Welcome to the dollhouse, Solondz torna a raccontare gli incubi dell’America provinciale e le colpe che si celano come polvere sotto i tappeti dell’apparente benessere in cui i personaggi vivono e crescono. Quella portata in scena è un’umanità ipocrita e intrinsecamente detestabile, eppure è impossibile non simpatizzare con queste persone, e addirittura si arriva ad un processo di identificazione con questi esseri, benchè nessuno di essi provi alcuna spinta verso un cambiamento positivo. Tema portante è anche il sesso che viene vissuto in maniera deviata: dagli esempi più individuabili (il pedofilo, il sessuomane); a Helen che stufa di essere idolatrata vorrebbe essere violentata in modo da sentirsi descrivere per ciò che è, una merda; fino a Billy Jr., figlioletto di Trish e Bill che per tutto il film tenterà di venire, unico fra i suoi amici a non esserci ancora riuscito. In questo senso, l’unica sottotrama a non essere perfettamente integrata e coerente all’interno dell’anatomia del film è quella con i genitori delle sorelle, ma è ottimamente interpretata da Ben Gazzara e Louise Lasser e dunque non si fa pesare.Il cast non è dei più noti, o meglio non lo era ancora quando il film uscì, e questo è indubbiamente positivo, permette allo spettatore di proiettare sui volti degli attori le proprie angoscie e insicurezze. Jane Adams è ottima nel dare personalità al personaggio di Joy, con i suoi occhi perennemente sgranati e increduli dinnanzi a qualunque cosa le accada, un personaggio completamente fuori dal mondo; la Helen di Lara Flynn Boyle è fredda e apparentemente priva di sentimenti ma nasconde una grande fragilità interiore.

Discorso a parte meritano i due fuoriclasse del film, ovvero Dylan Baker e Phillip Seymour Hoffman, entrambi straordinari ancora prima di aver sfondato. In modi diversi riescono a rendere disgustosi i loro personaggi ma al contempo rendono impossibile una non identificazione. In questo senso, Solondz è l’unico autore capace di far identificare il pubblico con un pedofilo senza giustificarlo, e allo stesso tempo farlo sentire disgustato dalle azioni che il personaggio compie. E’ proprio per questo che certe scene sono un pugno nello stomaco: si è arrivati a un processo tale di identificazione con il personaggio che vederlo fare certe cose fa doppiamente male. Sia il personaggio di Bill che quello di Allen hanno un solo singolo rapporto in cui riescono ad essere sè stessi in maniera sana: il primo pur essendo pedofilo è un padre modello che non toccherebbe mai suo figlio, il secondo vive una sorta di amore platonico con una vicina di casa ugualmente ferita della vita e disturbata, interpretata da Camryn Manheim. Non è un caso che le sole scene in cui si percepisca un minimo di speranza siano la confessione di Bill a suo figlio, una scena straziante come poche; e l’appuntamento tra Allen e la vicina sulle note della pacchianissima ballata I’m all out of love.

Happiness è, senza se e senza ma, uno dei capolavori dell’ultimo ventennio. E’ un film eccessivo che si prende dei rischi enormi lungo tutta la sua durata e non ha paura di osare o di risparmiarsi niente, eppure non c’è un momento che sembri fuori posto o non necessario ai fini del racconto. Grazie ad una regia in forma smagliante dramma, satira sociale e lucido humour nero si compenetrano a vicenda e si fondono fra loro, spaesando lo spettatore e impedendogli di formulare un giudizio sulla moralità dei personaggi. Se nell’industria cinematografica ci fosse un pò di giustizia in più, Solondz sarebbe considerato uno degli autori più rappresentativi degli ultimi anni insieme ai vari Tarantino, Lee e Coen.

Molto bella la canzone finale, interpretata dal leader dei REM Michael Stipe e da Rain Phoenix.

Luca Buccella

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