The Dreamers (2003), di Bernardo Bertolucci

Luca Buccella 6 maggio 2018 0
The Dreamers (2003), di Bernardo Bertolucci

936full-the-dreamers-posterParigi ha sempre rappresentato agli occhi degli studenti statunitensi un luogo per vivere senza restrizioni. Quest’idea è stata mostrata spesso sia in letteratura che nel cinema: dalla novella autobiografica Fiesta di Ernest Hemingway, in cui la ricerca del rischio del protagonista ha inizio proprio nella capitale francese, al romanzo di James Baldwin La stanza di Giovanni, in cui un giovane americano a Parigi esplora la sua omosessualità, per arrivare a Midnight in Paris di Woody Allen. La città è sempre stata mostrata dagli americani come il “centro caldo” del mondo, luogo autentico in cui scoprire la propria natura.

The Dreamers (2003) ci mostra ancora una volta quest’idea, attraverso le vicende del giovane Matthew, che a Parigi durante i moti studenteschi del ’68 conosce Isabelle e Theo, due gemelli cinefili. I tre, vivendo nello stesso appartamento per alcuni giorni, si alieneranno completamente dalla realtà, tra scommesse e giochi sessuali.

Il film è una citazione continua e un tributo di Bernardo Bertolucci al cinema, soprattutto quello della Nouvelle Vague su cui si è formato. Il cinema è il primo punto d’incontro fra i protagonisti: Matthew, proveniente dalla California, incontra i gemelli ad una manifestazione di fronte a un cinematografo di Parigi. E’ l’America che incontra la Vague, non a caso fonte di ispirazione primaria per gli autori della New Hollywood, il movimento di rinascita del cinema americano.

Il rapporto fra i gemelli è sicuramente malsano, ma non incestuoso. I due sono in simbiosi: dormono insieme, fanno il bagno insieme, quando uno dei due prova piacere fisico anche l’altro lo sente di riflesso, con uguale intensità. Matthew viene integrato nella simbiosi, ma il suo rapporto con Isabelle determinerà una crisi.

In The Dreamers il desiderio di libertà porta i protagonisti a rifugiarsi in un mondo fittizio che li rende ancora più schiavi: Matthew,  a Parigi con la voglia di vivere senza restrizioni, passerà gran parte del tempo chiuso in un appartamento senza contatti con l’esterno; Theo non fa che parlare di rivoluzione ma non ha il coraggio di combatterla; mentre Isabelle non è mai sè stessa, parla e si muove utilizzando solo cose viste nei suoi amati film. I tre sono dunque imprigionati dal loro stesso desiderio di fuga. Finchè non sarà il cambiamento a entrare bruscamente nella stanza dei tre sognatori…

Michael Pitt è contenuto nel ruolo di Matthew, mai eccessivo, ma la sua inespressività si fa pesare, ed un attore più intenso sarebbe stato più appropriato. Il cuore del film risiede nella coppia di gemelli: Louis Garrel è una versione ossessiva dell’Antoine Doinel di Truffaut, il suo è un personaggio enigmatico, desideroso di cambiamenti ma incapace di innescarli. Eva Green, all’epoca esordiente, riesce a risultare controllatissima negli sbalzi d’umore di una ragazza perennemente in maschera, che non mostra mai il suo vero volto. Il personaggio di Matthew è dunque quasi un incomodo, un semplice mezzo per far conoscere Theo e Isabelle al pubblico.

Un film imperfetto, che spesso punta fin troppo sugli elementi più voyeuristici, ma indubbiamente una pellicola piena di dolcezza e malinconia, un affezionato tributo al cinema e un’opera elegiaca nei confronti della libertà e della scoperta di se stessi.

Luca Buccella

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