L’angelo della vendetta (1981), di Abel Ferrara

Luca Buccella 2 gennaio 2015 0
L’angelo della vendetta (1981), di Abel Ferrara

ms45New York. Thana (Zoë Lund) è una timida ragazza affetta da mutismo che lavora in una sartoria: la sua apparenza indifesa la rende un bersaglio facile per i delinquenti della metropoli. Un pomeriggio, di ritorno dal lavoro, Thana viene brutalmente stuprata in un vicolo da un uomo con il volto camuffato. Sconvolta dall’accaduto, la ragazza ritorna a casa ed è assalita da un altro uomo, introdottosi nell’appartamento per derubarla: questa volta neutralizza l’assalitore, uccidendolo durante lo stupro. Il giorno dopo Thana va a lavorare come se niente fosse, ma mentre sta stirando un vestito, rivive sotto shock il delitto commesso. Tornata a casa, Thana fa a pezzi il cadavere con una sega, decisa a disfarsi dei resti poco alla volta per non destare sospetti. Un giorno, mentre sta per gettare un sacco di “rifiuti”, viene raggiunta da un ragazzo che le vuole dare fastidio e senza pensarci due volte lo uccide a sangue freddo: con questo atto, Thana diventa una serial killer che uccide chiunque osi avvicinarsi a lei con intenti sessuali.

Terzo lungometraggio del cineasta newyorkese Abel Ferrara, autore capace di dividere gli spettatori scandalizzandoli con scene truculente e incantandoli con tocchi estetici degni di un grande maestro, L’angelo della vendetta (Ms. 45) è il crudo ritratto di una New York emarginata, assassina, violenta e spietata, una grande metropoli dove viene commesso ogni tipo di reato senza che nessuno se ne accorga. Il degrado non lascia scampo alle persone socialmente in difficoltà come Thana, ma Ferrara si concentra sui dettagli della violenza di gender facendo vivere alla sua protagonista un vero incubo. Una violenza sessuale ripetuta per ben due volte, fino a trasformarsi in una cinica metafora: non solo Thana subisce una violenza poiché donna, ma il suo mutismo la rende la vittima ideale per qualunque maniaco stupratore.

La sceneggiatura, scritta da Nicholas St. John – collaboratore di fiducia di Ferrara – offre una parabola lineare e ben costruita del passaggio radicale di Thana da vittima a carnefice. La scelta di privare la protagonista della parola enfatizza ancora di più il dramma con cui è costretta a vivere, e contribuisce ad alimentare la suspense, costringendo lo spettatore a basarsi esclusivamente sulla mimica espressiva per decifrare i pensieri della ragazza. La fotografia di James Lemmo fa la differenza nelle ambientazioni notturne, donando un fascino torbido alle scene in cui Thana vaga alla ricerca di vendetta contro il genere maschile, mentre le musiche di Joe Delia anticipano la follia omicida che sta per compiersi, generando un’atmosfera inquietante: effetti simili saranno riproposti da Quentin Tarantino in Kill Bill vol. 1.

Girato con il budget bassissimo di 62 mila dollari, L’angelo della vendetta è diventato nel corso degli anni un autentico cult del genere rape and revenge, e la sua violenza esplicita lo rende un film in grado di destabilizzare lo spettatore. In questo emerge il grande controllo di Abel Ferrara, che riesce ad analizzare con distacco l’intera vicenda senza schierarsi troppo apertamente nei confronti della vittima, diventata nel giro di poco tempo una forza distruttrice dell’ignoranza maschile che considera la donna un mero oggetto sessuale.

Un film che fa riflettere molto sulla violenza di genere, comunicando un messaggio più sottile della semplice vendetta: la protagonista assume il ruolo di angelo sterminatore, eliminando tutte le figure che rappresentano il marcio della società, e solamente chi è stato emarginato dalla società può avere il diritto di farsi giustizia.

Marco Rudel

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